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Italiani sempre più popolo di migranti, i dati del Ocse parlano chiaro: Il numero degli italiani che nel 2016 hanno notificato il trasferimento di residenza pressi paesi esteri è salito di oltre 11%, a 114 mila

Trasferimenti: la storia di Anna

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Anna,30 anni, biologa, vive negli Usa a Boston da 5 anni.

Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto al trasferimento?

In Italia, subito dopo la laurea in biologia le possibilità lavorative erano ridotte al minimo, orientate soprattutto all ‘insegnamento. Io fin da piccola sognavo la ricerca e l’idea di mettere nel cassetto tutti i miei sogni, mi preoccupava molto. Ho cercato delle Università che mi dessero la possibilità di iniziare un dottorato, ed alla fine sono riuscita a farlo negli States.

Che cosa hai lasciato in Italia?

Ho lasciato la mia famiglia, che era però ben preparata all’idea di una mia partenza, ed una relazione che non ha retto  alla partenza.  Oltre a questo i miei amici  e quelle piccole abitudini italiane che all’estero non ci sono.

Cosa hai trovato?

Un’ Università innovativa in cui fare il dottorato, con professori giovani e motivati nel loro lavoro. La possibilità dopo il dottorato di avere delle offerte basate sulla meritocrazia e non sullo sviluppo di buoni legami “politici”.

Momenti di difficoltà?

Ne ho avuti molti, soprattutto dopo il primo anno. Il mio arrivo è stato vissuto con molto entusiasmo e tutto ciò che era nuovo veniva sperimentato, dopo questo periodo ho iniziato ad avvertire meno curiosità verso i cambiamenti e più malinconia per quello che avevo lasciato ( se il primo anno poter bere il caffè lungo era divertente, dopo ho sentito la mancanza del caffè italiano :). Le difficoltà ci sono state anche per le relazioni, per la mia esperienza conoscere persone nuove non è stato difficile ma sviluppare rapporti più profondi non è facile, questo mi ha fatto più volte ripensare alle relazioni profonde lasciate in Italia.

Che cosa ti ha aiutato?

Sicuramente la condivisione con altri Italiani, raccontarsi le difficoltà, le mancanze, ma anche gli obiettivi raggiunti. Aprirsi alla nuova cultura è entusiasmante, ma richiede tempo e fatica, poter avere altre persone con cui condividere le difficoltà in alcuni momenti ha fatto la differenza

Cosa consiglieresti a chi sta pensando di trasferirsi o si è appena trasferito?

Di riflettere accuratamente sulla decisione, lasciare il proprio Stato, la propria città ha dei costi, alcuni prevedibili altri meno. Consiglio di concentrarsi anche sulle mancanze che si potranno sentire e non solo su quello che si troverà. E’ importante non rimanere soli, per non enfatizzare la già presente distanza con le persone care.

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Partire significa lasciare quello che si ha; questo è il primo step di un trasferimento, su cui riflettere e  interrogarsi: Siamo pronti a lasciare? Spesso nella decisione di un trasferimento viene data poca importanza a questo aspetto, per poi ritrovarsi a fare i conti con questa parte successivamente, meglio creare un po di spazio mentale prima per capire se si è davvero pronti.

Ogni essere umano non è un’isola: Siamo fatti di relazioni, in un trasferimento isolarsi può farci sperimentare ancor di più il senso di solitudine che è già presente. Proviamo a creare delle nuove relazioni, se questo risulta nel lungo periodo difficile parlarne con uno psicologo può aiutarci a capire cosa sta succedendo.

 

Raccontaci la tua storia all’estero, ti contatteremo per una breve intervista.

 

 

Capire l’insonnia

capire l'insonnia

“Il mondo in cui si vive durante il sonno è talmente diverso, che quelli che faticano a prender sonno cercano prima di tutto di uscire dal nostro.”

Marcel Proust

 

Che cos’è l’insonnia?

Linsonnia è un disturbo del riposo che può avere caratteristiche diverse sia qualitative che quantitative. L’insonnia causa disagio ed ha delle  forti ripercussioni sul funzionamento fisico e psichico della persona.

Possiamo aver sperimentato difficoltà di addormentamento, svegliarci spesso ed avere difficoltà di riaddormentamento oppure possiamo avere un risveglio presto al mattino.

Escluse delle cause organiche, l’insonnia rimanda spesso a dei problemi psicologici. Essa è un sintomo che si ricollega ad un malessere più profondo ed è proprio su questo che un percorso psicologico si concentra. Capire cosa sta succedendo nella nostra vita che non ci fa dormire è il primo passo per stare meglio.

Perché non riesco a dormire?

Proviamo ad analizzare insieme alcuni dei motivi per cui è presente la perdita del sonno:

– Se durante la giornata ho sperimentato la rabbia, quello che è successo può influire sul momento in cui cerco di addormentarmi e i sogni possono essere movimentati dai fatti quotidiani

– Se ho una personalità controllante posso avere difficoltà durante il sonno; se nella giornata ho sperimentato un evento imprevisto che mi ha colto di sorpresa, che non sono riuscito a digerire da un punto di vista emotivo è possibile che il mio sonno non sia tranquillo

– Se sono ansioso posso trovarmi sveglio nel cuore della notte, pensando agli impegni della giornata, a come affrontarli

– Delle difficoltà di addormentamento possono essere anche legate alla difficoltà di lasciarsi andare, il sonno e la sessualità, sono due aree che per essere vissute richiedono un lasciar andare la nostra parte razionale

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Cosa fare?

E’ molto importante rivolgersi ad un medico per escludere una causa organica, ci sono patologie di natura fisica che causano insonnia come l’ipertiroidismo, . Escluse le cause organiche parlarne con uno professionista aiuta a capire le cause e come intervenire sul malessere.

 

 

Sei ragioni per cui non ci si dovrebbe fare autodiagnosi

sei ragioni per cui non ci si dovrebbe fare autodiagnosi

Fate diagnosi su voi stessi? Se sì, come?

Per molti dei miei clienti il processo di attraverso cui possono diagnosticare sé stessi o altri comporta una rapida ricerca su Google e un paio di minuti su siti che permettono di verificare le possibili cause dei sintomi (i cosiddetti symptom checkers). Per altri, l’auto-diagnosi può avvenire dopo aver parlato con amici che sono stati formalmente diagnosticati (vale a dire, diagnosticati da un professionista della salute mentale), o che ugualmente hanno diagnosticato sé stessi.

Purtroppo, l’auto-diagnosi può portare a una grande confusione, paura e incertezza. Una mia paziente di 19 anni ha creduto di essere gravemente depressa per anni dopo aver letto il DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), un manuale usato dai professionisti della salute mentale per avere informazioni su alcuni disturbi. Dopo l’incontro con un medico, all’età di 35 anni, con sua grande sorpresa, non era depressa, ma soffriva di una carenza autoimmune. Non solo ha perso anni che avrebbe potuto utilizzare per il trattamento della sua condizione medica, ma anche scompaginato la sua famiglia. Questo articolo discuterà il tema dell’auto-diagnosi e dei motivi per cui dovremmo evitarla.

L’autodiagnosi è un processo di diagnosi di voi stessi o qualcuno che conoscete. E’ anche il processo di identificazione dei molteplici sintomi che sembrano corrispondere ai sintomi che voi o qualcuno che conoscete stanno avendo.

Alcune delle cose che i clienti tendono a fare quando fanno autodiagnosi includono:

1 Rafforzare il “fattore di preoccupazione”: la diagnosi di te stesso può essere scoraggiante. Con tutte le diagnosi e termini medici che ci circondano, è molto facile cercare un po’ di sintomi online e ricevere una auto-diagnosi. Purtroppo, non siamo medici e chi, come me, lavora nel campo della salute mentale, vi posso dire che non abbiamo un modo concreto di fare diagnosi e talvolta falliamo. Se fate auto-diagnosi a casa, avrete sicuramente sintomi e condizioni che non solo possono essere deprimenti, ma potenzialmente anche preoccupanti. Ad esempio, immaginate che un vostro genitore senta dolore al braccio sinistro, mal di testa, tensione muscolare, vertigini, visione offuscata, potreste in base a una vostra diagnosi pensare che sia sotto stress o il suo livello di ansia stia crescendo. Se però scavate più a fondo e cercate un parere professionale, potreste scoprire che quelli sopra sono i sintomi di un attacco di cuore.

2 Confondere le cose: l’autodiagnosi è frustrante, perché non disponete di tutte le informazioni per diagnosticare correttamente voi stessi. Ad esempio, per chi stesse dicendo ad altri che hanno un disturbo bipolare, senza una diagnosi formale, non solo questo può provocare una inutile stigmatizzazione, ma favorisce anche i sintomi della malattia, dato che sapete com’è il disturbo bipolare. Ciò si chiama “profezia che si auto avvera.” Si pensa a qualcosa o si sente qualcuno parlare di disturbo bipolare (profezia) e così si comincia ad “agire” come se si avesse un disturbo bipolare (profezia che si avvera).

3 Sottovalutare ciò che sta realmente accadendo: mentre vi concentrate sui sintomi che vi vengono suggeriti dal libro, manuale o sito internet che sia, non avete abbastanza spazio nella vostra mente per cercare informazioni sulla vostra reale diagnosi. Invece di andare da un medico o terapeuta con i sintomi per avere una visione più precisa dei sintomi, i sintomi reali vengono ignorati e forse peggiorano.

4 Causare stress emotivo: una diagnosi è difficile da ricevere, soprattutto se tale condizione comporta allucinazioni, deliri, ore di terapia intensiva e la gestione di farmaci o abuso di sostanze. Molti di noi preferiscono nasconderlo, isolarsi, e ignorarlo, soprattutto a causa del relativo stigma, ma l’auto-diagnosi può causare inutile stress emotivo che può provocare depressione o ansia. Una volta ho avuto come paziente una adolescente di 15 anni che credeva di essere bulimica. Non importava quanto cercassi di convincerla a pensare in modo diverso, lei credeva in ciò che credeva perché aveva deciso di trovare una verifica del suo sintomo e poter diagnosticare sé stessa. Alla fine vide un terapista in una clinica specializzata in disturbi del comportamento alimentare e riconobbe che il suo disagio emotivo si era verificato a causa della sua paura di avere un disturbo alimentare.

5 Fare troppo affidamento sugli strumenti per la verifica dei sintomi: si dovrebbero usare i symptom checkers” come ultima risorsa o come guida. Questi possono essere usati per verificare che si abbiano le giuste informazioni prima di vedere un professionista della salute mentale. Se i sintomi fisici sono la depressione o l’ansia, lo strumento di verifica dei sintomi può fornire un modello per aiutare adeguatamente a discutere i sintomi con il professionista. Di certo non si devono assolutamente evitare questi strumenti di verifica dei sintomi, ma si deve essere sicuri di usarli con saggezza e in maniera limitata.

6 Credere nel World Wide Web: ammettiamolo, l’auto-diagnosi on-line può essere pericolosa. Mentre molti di noi possono “diagnosticare” un lieve raffreddore, l’influenza, o anche una condizione di salute mentale come l’ansia, dobbiamo stare attenti nel presumere che i sintomi siano facili da identificare, comprendere e trattare. Nei casi che riguardano i sintomi psicotici, umore depresso, o comportamenti molto iperattivi e disattenti, è importante evitare auto-diagnosi come quelle di disturbo bipolare o schizofrenia, siccome l’umore depresso, i sintomi psicotici, e l’iperattività possono derivare da una condizione clinica, abuso di sostanze o farmaci. Inoltre, Internet è un posto davvero grande e spaventoso! Chiunque può pubblicare informazioni on-line e, talvolta, le informazioni possono davvero sembrare credibili. Scegliete saggiamente i siti web quando ricercate sintomi.

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